Il mio riso

Sapete che il riso non è bianco?

Proprio così, il candore eccessivo che voi tutti associate a questo antico cereale è ottenuto attraverso lavorazioni industriali, che lo privano di molte delle sue proprietà organolettiche.

Lavorare il riso, in realtà, significa togliere dal chicco le parti che non sono adatte all’alimentazione umana, senza impoverirlo per amore di un aspetto che non gli appartiene.

Il trattamento

Per rendere il riso commestibile lo sottopongo alla pilatura, con la quale ottengo – appunto – il riso pilato, ovvero il riso integrale: la parte rimossa è la lolla ed è costituita dalle glume, dure e silicizzate. Il riso integrale è più nutriente e dietetico, ma necessita di tempi di cottura più lunghi.

Per ottenere un riso che si cuocia più rapidamente e di sapore più delicato, rimuovo anche le glumelle, lo strato che ancorava la lolla al chicco. Ottengo quindi un riso più pulito ma ancora ricco di proprietà nutrizionali.

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Il procedimento di lavorazione del mio riso è allo stesso tempo semplice e complesso.

Semplice, perché la lavorazione avviene a secco, senza solventi né additivi, per garantire la salubrità del prodotto e conservarne la naturalità.

Complesso, perché il riso è un cerale delicato e sensibile alle alterazioni provocate dalla lavorazione e richiede quindi pazienza e dedizione.

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Tradizione a impatto zero

La tradizione tramandata dalla mia famiglia di padre in figlio vuole che il nostro riso venga lavorato con operazioni semi manuali e che nulla vada sprecato: lo scarto non commestibile viene impiegato per la produzione di concimi organici o come sostanza coibentante, ciò che invece è edibile diventa mangime per il bestiame.

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